Testi critici

Enzo Fiammetta
Un battito di farfalla oltre l’oceano

Come misurare la fragilità delle cose? Come rappresentarla?

Comeriflettere sui delicati equilibri che governano la nostra contemporaneità, definita da una complessa rete di immagini, fatti e relazioni, reali e virtuali, che ci fanno tralasciare le vere necessità che oggi allarmano e mettono in pericolo la nostra stessa sopravvivenza sulla terra?

Le opere di Vito Bongiorno ci conducono dentro una dimensione che riflette sul tempo che viviamo.

Nel ricco e intenso percorso del nostro artista si è sempre più consolidata la sua ricerca sui grandi temi della nostra esistenza.

In diverse opere analizza per linee generali i cambiamenti di stato, il passaggio tra una materia ed un'altra, tra un colore e l’altro.L’attraversamento di un limite.

Riflettendosulla linea d’orizzonte,sul filo in cui cielo e terra si uniscono, si mescolano per diventare un tutt’uno;per dire che materia e spirito, terra e cielo compongono la nostra essenza, fondendosi e generando,tra i tanti, un unico colore che attinge al ricordo dei suoi luoghi natali, alla Sicilia, isola dagli intensi cromatismi, dove la storia si può fondere con altre storie e la profondità del  blu Klein, associarsi idealmente all’intensità del blu azzolo utilizzato, diluito,nei nostri paesi siciliani per imbiancare le case.

Nelle sue sperimentazioni antropometricheil corpo, la sua traccia, diventa la misura dello spazio, la sua fiducia nell’uomo, di rinascimentale memoria, lo porta a considerare la figura umana come centro delle cose, punto di partenza per la comprensione del reale, nuovo modello vitruviano, che detta le dimensioni, i rapporti e le proporzioni tra gli spazi.

Le sue opere non hanno mai cadute d’attenzione.

Sa che è sempre un equilibrio delicato quello che sopraintende il nostro quotidiano, la nostra realtà. La sua fiducia nell’uomo si deve misurare con la fragilità e l’incertezza. Che è quella che governa il mondo.

Ricerca che trova conferma nelle sue geografie, che realizza con grosse tessere di carbone, opere che confermano, nel contrasto tra soggetto e materia, la complessità del fine da raggiungere in ogni caso, per consentire la sopravvivenza stessa del pianeta e salvaguardare la nostra essenza.

Ombre e silhouette, contorni netti e tinte piatte, rapidi passaggi tra toni contrastanti, utilizzati dal nostro artista, lo avvicinano alla sua terra d’adozione e alla stagione dell’arte pop italiana.

Vito Bongiorno ritorna nella nostra terra, per dirci come tutto oggi stia in un precario equilibrio, bello, delicato, colorato, come una scultura di Calder, tanto armonica quanto leggera, fragile,e che cambia istante dopo istante nella sua configurazione, ad ogni battito di farfalla al di là dell’oceano.

 

Lorenzo Canova

La memoria del fuoco

Un viaggio nella materia e nella sua negazione, un cammino in bilico

tra leggerezza spirituale del blu e la dolente pesantezza del nero, un

tragitto di immersione nel cuore delle cose segnato dalla presenza del

fuoco; il corpo e la sua azione che si fanno impronta e segno della

memoria: con questa mostra Vito Bongiorno ci regala un percorso

che attraversa quasi vent’anni di lavoro e segue le maggiori coordinate

espressive della sua ricerca.

Il progetto si evidenzia già dal titolo nella sua complessa densità,

come il ritorno di un artefice alla sua terra nativa dopo una lunga

assenza e come un’immersione a ritroso nel proprio passato di artista

che fa emergere con forza le creazioni del suo presente.

In un certo senso questo sentiero intenso e accidentato si dipana

attraverso le Colonne d’Ercole di due numi tutelari che hanno legato

la propria opera al fuoco: tra Yves Klein, con la sua sfida al vuoto

sublimata dalla fiamma divenuta pittura e con i colori mistici della

sua preghiera trasformata in opera, e Alberto Burri che nella terra

di origine di Bongiorno ha lasciato il segno potente e monumentale

del suo Grande Cretto di Gibellina e che col fuoco ha bruciato legni

e plastiche, saldato ferri e disegnato il cellotex, lasciando un’eredità

fiammeggiante agli artisti delle generazioni più giovani.

Bongiorno ha però attraversato e superato quelle Colonne, dando

vita a un linguaggio personale che si serve di codici linguistici di

avanguardia, nella polarità tra la rarefazione dell’immaterialità e il

peso fisico della materia, partendo dall’IKB, da quel blu Klein che

contraddistingue le sue opere iniziali e che si salda ai corpi umani

delle sue performance.

Le anatomie, sulla linea delle Antropometrie di Klein, lasciano quindi

le loro impronte azzurre sui supporti dove fissano il passaggio transitorio

della loro presenza tattile, il momento fugace in cui il corpo

si stampa col e sul colore o dove l’oro traccia un bikini nel blu per

suggerire la figura di una donna invisibile.

In questo momento della ricerca di Bongiorno è il corpo femminile

a farsi spazio vitale dell’opera, interfaccia fisico e concettuale tra la

monocromia del blu e il territorio di azione dell’artista, elemento

centrale che salda la sua opera a una dimensione esistenziale.

La ricerca dell’autore, infatti, è costantemente diretta all’espansione

nello spazio, nella volontà di fare uscire l’opera dai suoi confini

tradizionali e di allargarne la portata spostandola verso la vita, verso

un punto di intersezione dove il pensiero si fa corpo fisico e dove la

materia delle cose viene trasformata in una metamorfosi di fuoco

ricomposta attraverso nuovi codici iconici.

L’ultimo ciclo dell’autore è stato allora precorso da una fase in cui

il nero si è intrecciato all’oro, materiale e colore che, non a caso, ha

affascinato gli stessi Alberto Burri e Yves Klein, in quella dialettica tra

materia e spirito, tra oscurità e luce che si ritrova anche nell’opera

di Bongiorno in una fase in cui le geometrie astratte cominciano a

legarsi a riferimenti figurativi.

Per dare maggiore densità alla sua opera, l’artista ha saputo difatti

servirsi di una serie di riferimenti linguistici che lo collegano in modo

consapevole alle esperienze di avanguardia degli anni Sessanta e, in

particolare, alle esperienze della Scuola romana di Piazza del Popolo,

sia per l’uso delle immagini viste come sagome nere, che per quello

della materia, in uno sviluppo di quelle ricerche che, partite dal

Futurismo sono state sviluppate con grande efficacia nel contesto

romano, in una linea che va da Prampolini a Burri, fino a Marotta,

Pascali, Ceroli e Kounellis. Gli ultimi due artisti in particolare rappresentano

un punto di riferimento specifico, nel loro uso di un materiale

come il carbone che Bongiorno ha più recentemente scelto

come suo materiale di elezione, usandolo sia in senso di apertura

ambientale e installativa nello spazio, sia con una qualità che si può

definire “pittorica” in cui i frammenti del materiale si ricompongono

in sistemi iconici, in immagini con cui l’autore declina il proprio pensiero

creativo.

I riferimenti di Bongiorno fondono in questo modo le radici classiche

della Sicilia alle dialettiche del presente, ci ricordano le forme di antiche

sculture e ci riportano a una meditazione sulle grandi questioni

planetarie.

Bongiorno si serve così di un alfabeto concettuale che ne mette in

luce la vocazione e l’impegno civile, una posizione dove le carte geografiche

di Boetti non sono più coloratissime ma concentrate nella

abbrunata materia di un carbone che assume una forte valenza

metaforica.

In questo senso l’aquila del dollaro americano chiusa in una gabbietta

rappresenta una raffinata e ironica riflessione sulle certe logiche

finanziarie e sulle loro implicazioni a livello globale, in un’interpretazione

critica che Bongiorno declina con quella capacità di concentrazione

espressiva che costituisce un significativo punto di forza del

suo lavoro.

Lo stesso artista ha ampliato le sue opere in senso tridimensionale

passando dalle mappe mondiali e dalla sagoma dell’Italia alla costruzione

di sfere che non possono non ricordare il nostro pianeta e la

ricchezza dei suoi ecosistemi, perennemente minacciati dalla sfrenata

corsa al profitto che distrugge tutto senza tenere in conto il

destino del mondo e delle generazioni future.

Così queste opere appaiono dotate del dono della profezia che spesso

appartiene alle arti, quando si pensa ai tragici incendi che hanno infuriato

la scorsa estate nelle regioni artiche e in Amazzonia, aprendo

la strada a scenari di grandissimo pericolo, collegati alla deforestazione

e ai cambiamenti climatici che incombono sulla Terra e sui suoi

abitanti.

Bongiorno interpreta queste tematiche in una potente sintesi simbolica,

dove la materia nera sembra quasi rappresentare un’inversione

di un processo alchemico di elevazione, in una regressione in

cui dalla solarità dell’oro, allusiva all’elevazione spirituale e alla rinascita,

si torma indietro verso le tenebre e la cupezza di una materia

consumata dal fuoco ma non redenta dalla sublimazione della sua

inerzia mortale.

In questo contesto Bongiorno (probabilmente non a caso) ha deciso

di evocare la sagoma luminosa di un Arcangelo che sovrasta un pianeta

completamente annerito dal fuoco, un’immagine emblematica

di una perenne lotta tra il Bene e il Male, tra la luce di un guerriero

alato e il nero nascosto nelle stesse viscere degli uomini, in particolari

anatomici che l’artista mette in scena con la forza sacrale degli

ex-voto degli antichi santuari, in una memoria del fuoco che sembra

non bruciare o corrodere, ma che, in questa visione, appare come

una forza usata per trasformare e rinnovare, come uno strumento di

salvezza che l’artista usa per cercare di dare nuova forma al mondo

ricostruendolo dalle sue stesse macerie.

Ernesto Di Lorenzo

“Ogni casa, ogni terrazza, ogni cortile è stato qualcosa per qualcuno.”

La citazione letteraria di Cesare Pavese dà il senso del legame con le

proprie radici, un legame che rimane nel tempo e resiste alla lontananza.

Vito Bongiorno ha lasciato Alcamo ad appena cinque anni.

Era l’anno del terremoto del Belice. S’è formato umanamente e artisticamente

nella Capitale, ma nella sua città torna ogni estate, per

ritrovare luoghi, affetti, atmosfere, spunti creativi. E per alimentare

un sogno: realizzare una grande mostra proprio nel complesso monumentale

del Collegio dei Gesuiti, oggi sede del Museo d’arte contemporanea

di Alcamo. In questo luogo suo padre è nato e cresciuto,

negli anni Trenta, figlio del custode della struttura all’epoca adibita

prima ad uffici finanziari e poi ad aule scolastiche. “…Ogni cortile è

stato qualcosa per qualcuno.” E certamente queste mura sono per il

nostro artista un luogo dell’anima.

Nostos è il titolo di questa grande antologica di Vito Bongiorno,

un titolo perfetto per il suo significato esistenziale, per la sua sintesi

artistica, per la sua valenza simbolica. Ogni artista, e forse ogni uomo,

è una sorta di ulisside, come diceva Vincenzo Consolo: cerca sempre

nuovi orizzonti, ma non può prescindere dal ritorno alla propria terra,

alla propria “isola”. E così Vito Bongiorno, pur aperto ad esperienze in

tutta Italia e all’estero (da Roma a Monaco di Baviera, a New York)

che ne hanno via via definito l’identità stilistica, ha sempre mantenuto

ben saldo il suo rapporto umano e creativo con la Sicilia. Quest’ultimo

nel tempo si è alimentato di ricordi e di suggestioni, rivelandosi

decisivo anche nelle scelte estetiche. Si pensi a due elementi cromatici

che caratterizzano la poetica di Bongiorno: il blu del mare e del

cielo, il nero del carbone. Il senso di luce, di apertura, di speranza da

una parte, quello di “spaccatura, amarezza, inquinamento ecologico

e sociale” dall’altra. I chiaroscuri e le contraddizioni della vita, e della

nostra terra.

Nella proficua vitalità di questo legame con la Sicilia va ovviamente

ricordata l’opera Oltremare a Gibellina, che un’altra eccellenza alcamese,

il fondatore delle Orestiadi Ludovico Corrao, ha voluto nella

collezione del Museo delle Trame mediterranee nel 2009. Un’opera,

Oltremare a Gibellina, che racchiude una particolare forza emblematica.

Gibellina, e con essa la Sicilia intera, che va “oltre”, che si apre

al futuro, che rinnova se stessa, che si riscatta attraverso l’arte e la

cultura.

Veronica Proietti

Atelier #3

Il titolo “Our Planet”  dell’opera, si lega perfettamente alla concezione inclusiva del MACRO asilo: un pianeta di tutti, fatto per tutti, come il MACRO, un luogo culturale a portata di tutti, dove tutti possono esprimersi, apprendere e allo stesso tempo insegnare all’altro. L’opera rimanda necessariamente alla riflessione su un altro tema:  attraverso il carbone, caratteristica fondamentale dell’artista,  ci invita a pensare proprio alla condizione attuale del pianeta e a riflettere su cosa anche noi, nel quotidiano abituale, facciamo per tutelarlo/danneggiarlo. Attraverso il “macro”, cioè la mappa del mondo intero, pensiamo al nostro ruolo nel nostro “micro” mondo.  Siamo invitati a riflettere insieme su tematiche di scala globale, ma in realtà così profondamente vicine al singolo. L’esperienza all’atelier,  è stata di certo una sfida non solo lavorativa, in quanto l’opera, di dimensioni ambiziose, ha richiesto un lavoro intenso, ma anche a livello umano:  l’opportunità di confrontarsi con il visitatore e immediatamente, attraverso la forza simbolica dell’opera, avviare un confronto di idee, un dibattito o più semplicemente un pensiero che non verrà dimenticato superando la soglia d’uscita dell’atelier. Fondamentale stimolo alla riflessione è l’opera d’arte contemporanea che funziona come attivatrice di cultura. Ecco il punto di forza dell’arte, certamente valorizzato in questa esperienza, dallo studio aperto in quanto non solo permette lo scambio diretto di idee a tu per tu con l’altro, cosa che, nei nostri giorni, avviene sempre meno (rafforzando l’aspetto positivo del confronto tematico con l’opera, critica al mondo che merita il carbone!),  ma evidenzia e in maniera eccezionale svela la fase creativa dell’opera, fase celata ai più e che, soprattutto nel caso di un’opera in questo modo particolareggiata, si rivela un evento assolutamente inedito: vedere l’artista alle prese con il carbone, sbriciolato man mano a terra, selezionato a seconda delle sue caratteristiche formali e modellato con cura in modo da adattarsi perfettamente ai confini della Terra, la polvere che inevitabilmente produce il materiale, tutto è parte integrante dell’opera d’arte, il gesto prima di tutto. Assistere al gesto creativo stabilisce una connessione,  in questo caso portatrice di “alti” valori attraverso il materiale più umile che la Terra ci offre, il carbone. Una connessione che, all’interno di un contesto come il MACRO asilo, si rivela lo specchio dei principi che il luogo vuole valorizzare.

Leonora Sofia Marussig

La mostra Metamorfosi Materiche, a cura di Leonora Sofia Marussig, raccoglie una serie di lavori esemplificativi dell’opera di Vito Bongiorno (Alcamo, 1963), in gran parte realizzata in occasione della mostra Superfetazioni tenutasi nel 2014 alla Centrale Montemartini, magnifico esempio di archeologia industriale la cui peculiare compenetrazione tra antico e contemporaneo si riflette nelle tele dell’artista siciliano.

Dodici silhouette di carbone replicano le sagome di altrettanti capolavori dell’arte classica, quasi fossero l’ombra di un’età dell’oro ormai irrimediabilmente distante. Altri cinque profili carbonizzati ricalcano le forme di elementi primitivi, antichi quanto l’origine della vita sulla Terra – il cerchio, la goccia d’acqua, la stella, le punte di lancia, le lacrime – che appaiono arsi, privi di vita, deteriorati dall’ineluttabile tramonto culturale al quale la storia e il disfacimento dei valori umani hanno condotto. Nelle evocazioni combuste di Bongiorno, la sostanza nera e scabrosa sostituisce l’essenza incorrotta di simboli arcaici, la viva cromia di opere etrusche, il candore e la levigatezza delle sculture antiche mutandone considerevolmente la forma e il contenuto. Il carbone, medium extrapittorico dal potente significato concettuale, produce un cortocircuito visivo: la materia di cui sono composti oggetti familiari subisce, sulla tela dell’artista, una metamorfosi involutiva, una decomposizione che rievoca il processo di formazione del carbone stesso, originato dalla degradazione di materiale organico.

L’artista stesso afferma che “l’arte è tutto ciò che ci circonda dalla prima luce fino all’inizio dell’intenso buio”. È quindi il carbone che porta con sé la propria storia tangibile, l’evidenza di una materia, il legno, passata dallo stato vegetale a quello fossile. Ma se l’impiego di questo materiale come combustibile rappresenta la causa principale dell’effetto serra e del surriscaldamento globale – come suggerisce l’installazione Terra Mater – è anche vero che il carbone come materia emana un fascino speciale. Questa ambivalenza di senso è ciò che interessa l’artista e che lo porta a concepire le sue opere come risultato del degrado ecologico e umano del nostro pianeta, ma anche come permanenza atavica capace di contenere ancora bagliori di luce e di rinascita. Il carbone, quindi, contiene nella propria struttura fisica e non solo a livello di metafora, il buio e la luce, la notte e il giorno, la catastrofe e la rinascita.

L’esito più logico e naturale di questa metamorfosi degenerativa della materia vedrebbe l’irreversibile trasformazione del carbone in polvere, cui allude l’uso della cenere nell’impasto pittorico. Tuttavia, così come il combustibile fossile impiegato da Bongiorno è una preziosa risorsa energetica e solo apparentemente una roccia sedimentaria priva di vita, allo stesso modo la condizione logora del presente contiene in nuce la scintilla vitale in grado di fornire lo stimolo necessario al suo stesso risanamento attraverso il recupero delle qualità morali perdute, simbolicamente incarnate dai virtuosi eroi marmorei della collezione capitolina, ora corrotti e in attesa di riscatto.

Francesca Pietracci

Presso i Celti era usanza, nella notte tra l’ultimo e il primo dell’anno, di farsi dono di un pezzo di carbone, questo sarebbe legato all’energia racchiusa, in combustione, nel nucleo della Terra e pronta a dar vita a stagioni di semina e prosperità.

Vito Bongiorno (Alcamo 1963) usa il carbone come elemento fondante di ogni sua opera, che si tratti di sculture, di installazioni, di performance o di bassorilievi. Questa materia conferisce ai suoi lavori un aspetto tautologico, laddove il soggetto (inteso come forma) corrisponde al predicato (inteso come metafora). L’artista stesso afferma che per lui “l’arte è tutto ciò che ci circonda dalla prima luce fino all’inizio dell’intenso buio”. E’ quindi il carbone, sotto forma di un globo terrestre, di un’Italia, di un’Africa, di antiche statue, ecc., che porta con sé la propria storia tangibile, l’evidenza di una materia, il legno, passata dallo stato vegetale a quello fossile. Ma se l’impiego del carbone come combustibile rappresenta la causa principale dell’effetto serra e del surriscaldamento globale, è anche vero che il carbone come materia emana un fascino speciale, differente, ma complementare a quello della pietra e dell’argilla. Il carbone fossile ha iniziato a formarsi circa 345 milioni di anni fa. Questa ambivalenza di senso è ciò che interessa l’artista e che lo porta a concepire le sue opere come risultato del degrado ecologico e umano del nostro pianeta, ma anche come permanenza atavica capace di contenere ancora bagliori di luce e di rinascita.

Il carbone, quindi, contiene nella propria struttura fisica e non solo a livello di metafora, il buio e la luce, la notte e il giorno, la catastrofe e la rinascita.

In occasione di questa mostra l’artista realizza all’interno del Museo Macro nell’Atelier 3 una grande opera di 3 mt x 2 mt distribuita in 6 pannelli dedicata al nostro pianeta “Our Planet”. Il blu della nostra terra si è qui trasmutato in carbone per denunciare il degrado umano, ambientale e politico della nostra società, pur sempre trattandosi di uno stato transitorio, capace di ritrovare vita e purezza, capace di risorgere dalle proprie ceneri.

Sarah Palermo

Non solo blu il mondo visto dagli occhi di Vito Bongiorno che studia, conosce, viaggia nei materiali e nei colori più ricercati come l’ombrosa intensità del carbone e la purezza del bianco definito e lucente.La tela dell’artista si tinge di colore e danza sui temi contemporanei, esplora il Belpaese, fa sognare con le sue ballerine dalle delicate ed attraenti movenze e regala un’ora d’aria restituendo importanza e dignità ai singoli momenti.La cornice di questi attimi sarà la coloratissima Quantum Leap Gallery nel cuore del Rione Monti, il quartiere più antico e all’avanguardia di Roma dove l’arte vive in continuo movimento.Il desiderio di fuga dai luoghi deputati all’arte accompagna i suoi lavori. Vito Bongiorno rifugge lo spazio della galleria e del museo, è sempre alla ricerca di ambienti nuovi dove esporre il suo pensiero che rappresenta per l’artista l’opera stessa ricca della sua attività mentale e spirituale.

Claudia Quintieri

Pregnante e capace di trasmettere emotività la performance Terra Mater che Vito Bongiorno realizza in collaborazione con Inside Art al Macro di Testaccio a Roma in occasione della fiera Roma contemporary.Una modella, simbolo della purezza, è dipinta di blu e si muove tenendo in mano un globo terrestre le cui terre emerse sono realizzate con il carbone a significare l’inquinamento ecologico e sociale che caratterizza la nostra epoca. _ Movimenti lenti e cadenzati comprendono il cullare di questa sfera da parte della modella con un riferimento alla Pietà di Michelangelo.Il corpo della donna lascia poi le proprie impronte su di una tela bianca come atto d’amore verso l’umanità. L’intimità caratterizza questa performance che si vuole dare come dono morale e di speranza in un’epoca in cui terremoti e stragi si verificano puntualmente.

Costanzo Costantini

Non saprei dire se per istinto, gusto innato, vocazione, sapienza acquisita con gli studi e con l’esperienza, ma Vito Bongiorno è un pittore dalla mano leggera e dalla memoria vigile, dal segno rapido e sicuro e dalla fantasia mobile, dalla forma cangiante e dalla immaginazione cromatica leggiadra. Egli possiede quella leggerezza che Nietzsche considerava un dono divino: “Pensieri che incedono con passi di colomba guidano il mondo”. Guardando le sue opere mi viene in mente Toti Scialoja, il pittore delle impronte, il poeta e scenografo che ha avviato all’arte intere generazioni di giovani, spiegando loro con l’esempio le ragioni profonde, spirituali e tecniche, del fare pittura. Come diceva Matisse, la pittura è un destino, come lo è, a suo modo, per Vito Bongiorno.

Vito Bongiorno è un pittore nato, nel senso che, secondo la leggenda letteraria, si diceva che Sandro Penna era un poeta nato. Sandro Penna possedeva il dono della Parola Poetica, Bongiorno possiede il dono del Segno.

Il Segno di Bongiorno è istintivo, rapido, fulmineo. Ma è, soprattutto, leggero.

=

Intervista Insideart di Maurizio Zuccari

1 Dalla Sicilia a Roma, andata e ritorno (con Oltremare a Gibellina). Che porti, che trovi e che riporti ?
Bene, sono nato ad Alcamo il 1° dicembre 1963 ed ho vissuto in questa splendida cittadina i primi anni della mia vita.
Quando ci siamo trasferiti a Roma, avevo sette anni ma già all’età di due anni avevo vissuto per circa un anno in Germania per motivi legati al lavoro di mio padre, nella città di Koblenz per tornare ancora una volta in Sicilia fino all’età di cinque anni, dunque al fatidico gennaio del 1968, anno del terribile terremoto della Valle del Belìce. Dopodiché, ci siamo trasferiti a Genova per altri due anni. Da qui ci siamo poi stabiliti definitivamente a Roma. Per questo gli anni della mia infanzia sono stati assai movimentati.
Nel passaggio dalla Sicilia a Roma sicuramente ciò che ho sempre sentito è stato una sorta di strappo, ogni volta che ho lasciato questa terra, per qualsiasi motivo, in qualsiasi momento e a qualsiasi età, mi sono sempre trascinato dietro, come una coperta, un manto pesante di emozioni nostalgiche e forti.

Della Sicilia mi mancano soprattutto i colori, l’odore del mare e quel caldo e indescrivibile abbraccio fatto di scirocco e profumi di zagara.Oggi ho la fortuna di tornarci di tanto in tanto.Durante uno dei miei viaggi in Sicilia, tre anni fa, nel mese di luglio 2009, mi sono ritrovato a camminare all’interno della meravigliosa opera di Alberto Burri: Il Grande Cretto di Gibellina. Camminare nella desolazione di quel paese dimenticato e ormai ridotto a sole macerie mi ha fatto pensare a quanto era stata terribilmente avversa la natura in quella valle. Nella parte delle case crollate e tra le macerie ho colto e raccolto alcuni elementi e con questi ho realizzato la mia opera.Così per rispondere alla tua domanda “Che porti, che trovi e che riporti?”, potrei risponderti in questo modo: un terremoto. Poiché il terremoto del 1968 mi è rimasto dentro. A distanza poi, di molti anni, vivendo a Roma, ho trovato nell’arte la mia espressione, e questo mi ha dato la possibilità di riportarmi in Sicilia e poter esprimere quella catastrofe attraverso il mio lavoro. Sempre nel mese di luglio 2009 Ludovico Corrao, già sindaco di Gibellina dal gennaio del 1968 fino agli anni 80’ e presidente del Museo delle Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi di Gibellina, ha acquisito questa mia opera, intitolata emblematicamente “Oltremare a Gibellina”. In questo quadro ho voluto far emergere dal blu del mare un orizzonte lontano, oltremare appunto, un blu che avesse la forza di portare oltre la catastrofe e le macerie un paese che è stato ricostruito e risollevato anche e soprattutto attraverso l’arte.

2 Tra i tuoi maestri citi Delle site, Scialoja e Klein. Dicci perché.
Avendo manifestato sin dall’infanzia inclinazioni al disegno e alla pittura sono stato avviato da mio padre agli studi artistici. Mi sono diplomato presso il Liceo Artistico Statale di Largo Pannonia a Roma, nel quale ho avuto la fortuna di avvalermi, tra i miei inseganti, anche del Maestro Mino Delle Site, il celebre aeropittore futurista.Da Delle Site, lo scrittore e filosofo Costanzo Costantini, ha scritto che ho preso, o appreso, soprattutto la leggerezza poiché definisce la mia mano, nel segno e nella pittura, leggera come l’aria. A differenza di Mino Delle Site, Toti Scialoja, il pittore delle impronte, non è stato mio maestro ma potrebbe esserlo stato visto il lavoro intenso che ho svolto sulle impronte.Il segno, così come l’impronta, è una traccia, ombra della realtà; spesso attraverso questo concetto mi sono sentito vicino all’opera di Toti Scialoja, soprattutto là dove, come lui dichiarava, il gesto o il segno precedono il pensiero. Il mio lavoro si è incentrato, per un lungo periodo, sul tema dell’impronta, questo mi ha permesso di portare in rassegna il reale nei diversi aspetti della sua totalità espressiva.
A proposito invece di Yves Klein, come lui, oltre la pittura, coltivo interessi come le arti marziali giapponesi, la musica, le dottrine alchemiche e la fotografia. Il discorso delle antropometrie è stato piuttosto un percorso obbligato visto l’uso delle impronte nella mia pittura, già in tempi lontani, attraverso elementi diversi come materiali da recupero. Così è arrivato anche l’uso del corpo umano in una forma assolutamente naturale; ho, in ogni modo colto l’esperienza e l’esempio di Yves Klein anche in questa ricerca artistica.

3 Tra body e land art, racconta il tuo stile
Nei miei lavori, attraverso la body art, mi avvalgo del corpo che diventa per me uno strumento attraverso il quale posso testimoniare il mio pensiero. Il corpo è si, per me, fondamentale mezzo di espressione artistica, ma cerco, al tempo stesso, di estrapolarlo dalla sua materialità o sensualità, cercando piuttosto di coglierne la purezza che ne può scaturire e così portare un messaggio, spesso anche molto forte. Nel messaggio che porto c’è una sorta di trasformazione e di alchimia, c’è un passaggio, del male, delle negatività, dell’inquinamento, che attraverso la purezza del corpo, si può tramutare in bene. Land Art poiché spesso uso l’ambiente come teatro dell’attività creativa. Per esempio nel 2002 a Tarquinia, ho realizzato quello che risultò il dipinto più lungo del mondo “L’impronta degli Etruschi nel terzo millennio”. Ho steso, infatti, lungo la strada principale della città, nove rotoli di tela di 50 metri l’uno, li ho cosparsi di colore, ed ho invitato le persone a passeggiarvi sopra, per lasciarvi le loro impronte, nel tentativo di rintracciare, per una sorta d’impenetrabile affinità strutturale sopravvissuta al tempo, le impronte dei loro avi. Dunque, per me, Land Art è una scenografia naturale e fondamentale della quale mi avvalgo per portare il mio lavoro. Spesso ho definito il mio stile come “sintetismo della vita” che esprimo nella sintesi fra esperienza oggettiva e manifestazione della propria interiorità. E’ comunque e sempre mia intenzione quella di ridurre l’importanza al manufatto artistico in quanto tale, sia esso un’antropometria, body o land art, un’installazione o un quadro, per privilegiare l’aspetto spirituale di ogni creazione. Nel mio stile, diversi critici, hanno colto elementi di sintesi ed essenzialità, leggerezza e istintività.

4 La pittura (l’arte) come fatto mentale, fuori da musei e gallerie. Racconta il tuo spazio.
Fuori dalle gallerie o dai musei poiché spesso per me è proprio la strada, lo spazio collettivo, il luogo dove s’imprimono le infinite tracce che formano il tessuto dell’esistenza dell’uomo.Attribuisco alla strada un valore poetico d’immagine, ed è proprio lì che si estendono i confini tra il mondo dell’arte e la quotidianità. La strada rappresenta i luoghi di movimento e di mutevolezze, fatti di tracce improvvise, spazi dell’esistente e del vissuto.
La strada, o comunque i luoghi non designati prettamente all’arte, sono spesso per me lo spazio ideale in cui posso portare il mio pensiero, la mia pittura lasciando emergere in maniera forte l’essenza dell’opera stessa, lasciandole solo l’esistenza oggettiva.

5 Dalle donne blu al carbone; racconta il passaggio.
Le donne blu sono state, per un periodo, una naturale conseguenza del mio lavoro sulle impronte. Attraverso le antropometrie e il “corpo pennello” delle mie modelle, ho voluto sottolineare la predisposizione dell’uomo a lasciare impronte, segni materiali di un processo temporaneo che ha avuto luogo sul corpo e sullo spazio preso in considerazione. Le donne blu, inoltre, rappresentano per me un simbolo di purezza; poiché penso che ciò che è puro sia semplice e pulito, ciò che è puro sia nudo.A un certo punto c’è un passaggio che mi fa pensare a come questa purezza possa toccare e nello stesso tempo trasformare quanto c’è di contaminato e fragile in questo momento sociale che oggi l’umanità affronta. Da qui il carbone che simboleggia la malattia, la spaccatura, l’amarezza e l’inquinamento. Significativa, per questo passaggio, è stata una delle mie ultime performance intitolata Terra Mater, in cui una modella, simbolo della purezza, è dipinta di blu e si muove tenendo in mano un globo terrestre le cui terre emerse sono realizzate con il carbone a significare l’inquinamento ecologico e sociale che caratterizza la nostra epoca. La performance è stata realizzata, grazie alla collaborazione con Inside Art al Macro di Testaccio a Roma in occasione della fiera Roma Contemporary nel mese di Maggio 2012.

6 Sei tra gli artisti amici di Casa pound. Come mai?
La mia arte è apolitica, non sono un amico di Casa pound, tutt’altro. Mi è successo addirittura di allontanarmi, nel corso di una mostra, per le innumerevoli e da me non condivise simbologie da loro tutt’oggi utilizzate. In ogni modo considero il futurismo, un importante movimento artistico italiano ed ho per questo colto l’invito alla mostra “Futur Ardita – Rassegna di Donne e Futurismo“ presso il Circolo Futurista per la celebrazione del Centenario del Manifesto Futurista, evento patrocinato dall’assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazioni del Comune di Roma, portando, in una performance, le mie antropometrie concernenti la visione di una donna moderna e simbolo dall’avanguardia artistica e culturale italiana del XX secolo che ha caratterizzato il Futurismo. Ricordo bene quella performance e la tela che ne è scaturita l’ho donata a Francesca Barbi Marinetti, nipote di Filippo Tommaso Marinetti. Sempre nello stesso anno, 2010, e sempre in occasione della celebrazione per il Centenario ho accolto diversi inviti per l’anniversario e attraverso i miei lavori ho così portato il mio omaggio al Futurismo Italiano.

7 Handle with care, maneggiare con cura. Perché? Dì la tua sulla crisi e la cultura
Con Handle with care ho voluto dichiarare lo stato di fragilità in cui versa il nostro paese specialmente negli ultimi anni. Maneggiare con cura dunque un paese che quotidianamente affronta temi come la crisi a livello non solo economico ma soprattutto sociale e culturale.
Dove la costruzione e la preservazione dei rapporti umani, una volta fondamentale nella vita di ogni persona, oggi è passata largamente in secondo piano, lasciando il posto alla fretta, la corsa all’acquisto, al consumismo globalizzato. All’usa e getta non solo per gli oggetti. Lo scrittore sociologo polacco Zygmut Bauman parla di una società liquida, io vorrei invece, portare il pubblico, attraverso le mie opere, di fronte all’immagine di una società combusta, strinata e per questo fragile come se da un momento all’altro potesse sgretolarsi. Ritengo responsabile di questa combustione il forte lassismo nei confronti di valori fondamentali come l’arte e la cultura da parte delle istituzioni.
Si unisce a questa crisi una costante e durevole noncuranza del nostro patrimonio artistico e delle sue potenzialità purtroppo mai abbastanza valorizzate.

8 Arti crisi, hai vinto tu con 3500 click. Quasi un digipittore. Come ci sei riuscito?
Ho partecipato molto volentieri all’iniziativa di INSIDE ART “CRISI, diamo voce all’arte!”
E’ stato molto interessante per me vedere quanti digitolettori hanno votato il mio lavoro. Ma ancora più piacevole è stato leggere i loro apprezzamenti, in quanto, la maggior parte delle persone che ha votato l’opera HANDLE WITH CARE non si è limitata ad un semplice click, bensì ha voluto anche commentare il lavoro. Così ho letto di un’opera definita attuale, intelligente, chiara, forte, addirittura fonte d’ispirazione, tutto questo mi ha lusingato molto.
Come ci sono riuscito? Diciamo che ho avuto l’impressione che mi bastasse invitare degli amici a vedere l’opera, attraverso il vostro sito, e poi che si espandesse, come a macchia d’olio, una serie di voti, passaparola, apprezzamenti, condivisioni, messaggi e quant’altro.

9 Progetti e mostre future
La situazione catastrofica che in Europa e soprattutto in Italia nuoce alla cultura e quindi all’arte visiva, mi ha portato a ragionare sul valore degli ultimi artisti italiani del XX secolo.

La mia attenzione è caduta su un artista deceduto da pochi anni, Gino De Dominicis, che aveva intuito gli equivoci del sistema dell’arte italiana. A proposito, a settembre, ho anche esposto presso la mole Vanvitelliana di Ancona, in occasione di una mostra dedicata a Gino de Dominicis. Casualmente, già alcuni mesi prima, in primavera, avevo incontrato l’artista Federica Gerace che fu molto vicina a Gino De Dominicis la quale mi propose una collaborazione, come artista, per la realizzazione di un filmato; questo video, partendo dall’idea Dominicissiana di matrice concettuale, finisce con il racconto di una quotidianità vissuta dagli artisti in un modo sentimentale e passionale ma ovviamente distante e gelido nei confronti della realtà. Il filmato, dedicato all’artista scomparso, è un modo di verificare la continuità del messaggio artistico, indispensabile in un momento storico italiano caratterizzato da una profonda apatia del pubblico rispetto al fenomeno dell’arte sminuito dalle problematiche economiche che non stimolano a una vera riflessione sul concetto di arte ma a una fruizione distante, poco attenta e superficiale. Il filmato potrebbe rappresentare una gradita sorpresa per gli amanti dell’arte e per i collezionisti; speriamo potrà poi passare per musei e fondazioni.
Dobbiamo ancora ultimare la fase finale del filmato, la più complessa, poiché parla del post-mortem dell’artista e quindi ipotizza delle conclusioni sul lavoro che ci ha lasciato uno dei più importanti e misteriosi artisti del XX secolo. Come artisti esecutori, ma anche come pubblico di Gino De Dominicis, ci auguriamo di portarlo a Venezia, alla prossima biennale, essendo la città più amata in assoluto dall’artista. Oltre a questo progetto, due curatrici: Lory Adragna e Maria Arcidiacono, stanno portando avanti la realizzazione di una mostra duale, a Roma presso la Bibliothè per il ciclo Gimnosofisti.
Ci sono poi altre due mostre presso importanti sedi istituzionali.

10 Se fossi un colore, saresti blu Bongiorno?
Bene, se fossi una canzone, sarei “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano, e se fossi un animale, sarei la farfalla Papilio ulysses; ironia a parte, sicuramente il blu è il colore che amo più di altri; ma, prima ancora che per un discorso artistico, lo amo poiché mi riporta alle mie origini, ad Alcamo, città dove sono nato e dove il blu del cielo e il blu del mare è intenso, profumato e puro.

Il “mio” è un blu silenzioso, che mi calma, ma allo stesso tempo mi da energia, ed è questa sua duplice essenza che a volte me lo rende anche inquietante.
A volte, mi sembra, attraverso questo colore di poter respirare i profumi e gli odori della mia terra, la Sicilia. Ed è così, che questo colore, diventa fonte d’ispirazione specialmente nelle opere in cui uso il Blu “Bongiorno”.

Inoltre, dammi 5 date importanti nella tua vita (e perché), oltre a quella di nascita, e una forbice delle tue opere (min-max).
Dunque, oltre al primo Dicembre del 1963, giorno in cui sono nato, ho altre date importanti.

Il 14 gennaio 1968 notte nella quale avvenne il terribile sisma nella valle del Belìce. All’epoca avevo quattro anni eppure ho dei ricordi nitidi che si sono stagliati nella mia mente; ad esempio ricordo di notti fredde passate nelle tende, di cioccolata calda e biscotti, di coperte dure e di un’ape, con la quale, ci trasportarono fino al mare, un luogo più calmo dove fummo ospitati a casa di una zia.
Il 21 Luglio 1969, il giorno dopo il primo uomo sulla luna. In quel pomeriggio mi trovavo a Genova, stavo giocando all’aperto, in un piazzale. Avevo cinque anni e mezzo e, anche qui, il ricordo è chiarissimo: all’improvviso inizio a sentire parlare della luna in modo incessante e deciso, ma non capendo bene di cosa si stesse parlando, mi sono terribilmente spaventato ed ho pianto. Quest’evento mi ha lasciato turbato e rimasto indelebile nella mia memoria.
Agosto 1985, mese durante il quale partii, insieme con un mio amico, per una vacanza nella meravigliosa città di Monaco, in Germania. Quella vacanza fu importante e fondamentale nella mia vita poiché si trasformò in una vera e proprio permanenza durata oltre due anni. Monaco ha significato per me un’importante crescita sia da un punto di vista personale che artistico. Durante quel lungo soggiorno ho avuto anche l’occasione di recarmi a Dachau, luogo dove fu aperto il primo campo di concentramento nazista, a circa 16 km a nord-ovest di Monaco di Baviera. Quella visita mi lasciò scioccato. Il 29 settembre 1988, data in cui sono partito per New York.
N.Y.C. mi ha colpito per i suoi blocchi di persone che si muovevano all’unisono, fermandosi e ripartendo per attraversare le strade. In questa città, presi contatto con diversi ambienti artistici ed incominciai ad esporre i lavori ispirati a quella filosofia estetica che ho definito “sintetismo della vita” e che si può riassumere nella sintesi fra esperienza oggettiva ed espressione delle proprie esigenze interiori. Spesso ripensando a questa città mi torna in mente una frase di un famoso monologo: Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che t’indurisca.
E poi ultima, ma non meno importante, è una data che è nel futuro: il 2 Febbraio 2013. Data in cui è prevista la nascita di mia figlia. Molto probabilmente si chiamerà Bianca. Non so bene ancora cosa cambierà nella mia vita e posso solo immaginare le emozioni che proverò di fronte a un evento così importante come la nascita di un figlio.

Chiara Cappelli

Tra le ceneri di una realtà (quella italiana) arsa dalle fiamme del decadimento, annerita dalla corruzione e dalla crisi di costumi e valori, si apre oggi lo spiraglio di un nuovo bagliore.

Vito Bongiorno (Alcamo, 1963), proseguendo il percorso iniziato da alcuni anni, segnato dalla presenza assoluta di un inquietante carbone, rivolge ora al mondo uno sguardo rinnovato e purificato, regalandoci la speranza di un’attesa.

E’ l’attesa di altro, di un diverso che in quanto tale non può che essere un capovolgimento di ciò che è stato, ma che insieme lo ingloba senza escluderlo. Pertanto se finora l’unico sguardo possibile, l’unica realtà contemplabile è stata quella del nero come mancanza di tutti i colori che formano la luce, oggi quel nero si rinnova diventando esso stesso la combinazione di più colori e arricchendosi di un nuovo fulgore.

In mezzo alle opere che simboleggiano la crisi di una speranza in nuce, che coinvolge indistintamente ragione (un cervello carbonizzato) e sentimento (un cuore incenerito) e che trae origine alle origini della vita (un utero combusto), si fanno spazio adesso quadri che attestano una probabile rinascita.

Una rinascita che ha le sembianze di una precaria ‘aurea aetas’, non più archetipo di prosperità e positività, poiché inevitabilmente inquinata, ma portatrice essa stessa di un’ineluttabile e inscindibile dualità.

Ecco che allora la cupezza del carbone viene illuminata dai bagliori della foglia oro, che sottile ma preziosa s’inserisce nei quadri con il suo velo di regalità.

Accanto a statue classiche carbonizzate, simbolo del degrado e dell’abbandono che permeano le vestigia del passato e il mondo dell’arte, un tuffatore di antica memoria si slancia verso un  mare dorato che promette futuri splendori.

Ma non è tutto oro quello che luccica.

Come ne ‘L’attesa’, potente allegoria di un desiderio di rinnovamento obnubilato dallo spettro del declino: qui su uno sfavillante vaso, simbolo della bellezza e dei fasti dell’antica Roma (e dell’Italia tutta), e oggi muto testimone, incombe fatalmente un lugubre corvo.

Il personale memento mori dell’artista a chiarire la consapevole difficoltà della risalita.

Silva Moscatello

La presa di coscienza e la conseguente denuncia dell’attuale stato di fragilità in cui si trova il nostro paese sono alla base delle profonde e significative opere che l’artista sperimenta nell’ultimo decennio, incanalandosi cosi in  un percorso del tutto originale ed innovativo.

E’ infatti mediante l’uso di un elemento primordiale, oscuro ed inaridito come il carbone che egli vuole esprimere quell’inquinamento morale e sociale che da parassita lentamente sta logorando il globo intero.

Con la sua originale e profonda vocazione artistica, coglie con sublime sensibilità e responsabilità il presente che siamo destinati a vivere, esprimendosi con un linguaggio costantemente all’avanguardia che si inserisce con piena originalità nel panorama culturale nazionale ed internazionale.

Maurizio Zuccari

“È un’Italia arsa dale iamme quella messa in mostra da Vito Bongiorno a Roma. Attingendo ai temi a lui cari, l’artista siciliano (Alcamo, 1963), novello Menenio Agrippa, ricorre agli organi umani per focalizzare lo stato di crisi in cui versa il Belpaese. Un manipolo di opere di carbone rimandano così all’assenza d’amore verso il prossimo (un cuore combusto), alla mancanza di cultura (un cervello annerito), all’inquinamento (i polmoni affumicati) e, soprattutto, all’inaridirsi della fonte della vita stessa, visivamente resa tramite un utero carbonizzato. A simboleggiare una crisi del nascere d’ogni speranza, quasi, non solo il venir meno dell’amore per la vita, negata dall’abbandono di un infante in uno sterrato come dalle stragi per (mala)fede che fanno tornare l’orologio della storia indietro di secoli, quanto proprio la difficoltà a percepire che dall’umano possa ancora sorgere altro che odio e cenere, il nulla. Su tutte, campeggia al centro della galleria Santandrea uno Stivale ormai carbonizzato, epicentro dell’esposizione e della poetica di questo nuovo ciclo.

Atro che blu Klein. Da tempo la cifra stilistica dell’artista venuto bambino nella città Eterna, sull’eco delle scosse che resero tristemente noto il Belice e rasarono Gibellina al suolo, ormai insediatosi stabilmente sul litorale romano di Maccarese, vira verso tonalità cupe, figure carboniche, nere e truci come la deriva del Belpaese. Così, nel suo rimando apocalittico, l’indirizzo preso da Bongiorno pare negare quanto asseriva la buonanima di Costanzo Costantini, storica firma della terza pagina del Messaggero, che definendolo l’Yves Klein italiano connota il suo segno di leggerezza, e dare ragione piuttosto a Daniele Radini Tedeschi. Che trova nell’assenza d’ironia, di levità appunto, la distanza maggiore tra l’eclettico artista francese noto per il suo blu oltremare e il versatile artista siculo-romano il quale, abbandonatiil blu e la performing art in plen air che pure lo differenziava in toto dal suo maestro, si fa con le sue opere specchio dei guasti d’un paese – mondo – allo sbando.

Fedele, in ciò, all’etica di un’arte che può, se non sanare, almeno non rinunciare a denunciare le storture del proprio tempo, Bongiorno sconta così una perdita di soavità e di vivacità, di colore e calore se vogliamo, facendosi nell’incupirsi dei toni e dei pensieri cartina di tornasole di quello che l’abate Guattani definì il Belpaese. Ma la denuncia non implica radicale sfiducia, mesto lasciarsi andare, tutt’altro. Questo farsi portavoce di un bujore dell’anima e dei tempi non inibisce l’auspicata rinascita. Così Bongiorno-Agrippa pare voler ricordare come solo affondando a piene mani nel cuore e nel cervello della nostra storia, dentro noi stessi, si possa ridare voce e memoria a ciò che di buono è stato e può ancora essere. E, levando l’occhio sul desolato niente sopravvissuto all’incendio, gettare l’animo oltre lo sguardo del momento attuale per ridare unità di senso e futuro a una storia comune, all’umano sentire. Far sgorgare così, grazie agli umori fecondi del nostro vissuto, nuova linfa vitale sotto la pianta decorticata dell’Italia bruciata, annerita dal fumo delle sue nefandezze. Un nuovo colore, via dal fumoso presente, dal nerocarbone, oltre il blu.”

Lori Adragna

Se è vero che l’opera d’arte deve trovare in se stessa la forza di coinvolgerci, scuoterci o commuoverci, comprendere un artista vuol dire anche mettersi in rapporto con la sua esistenza. Penetrarne l’universo attraverso la barriera del reale, per giungere al cuore di chi ha reso visibile il mondo delle proprie emozioni, senza perdere di vista i legami con il proprio tempo, l’esperienza, la cultura.
Così, vissuto personale e memoria, s’intrecciano nella poetica di Vito Bongiorno, artista nato nel 1963 ad Alcamo, (cittadina siciliana nella valle del Belice). Come un manto di emozioni che si è portato dietro nei luoghi dove ha soggiornato: Koblenz, Genova per poi stabilirsi a Roma. In seguito a Monaco di Baviera, esponendo in alcune importanti gallerie e a New York, nell’ 87, dove si è trovato a contatto con le realtà artistiche più interessanti del periodo.
Quei ricordi, nel tempo e nello spazio, hanno subito una sorta di metamorfosi, tanto che la Sicilia è diventata per Vito, luogo interiore che ricompone il presente con il passato, attraverso il recupero della memoria. È soprattutto la tragica esperienza del terremoto che nel ‘68 ha devastato parte della Sicilia, a segnarne la vita e l’arte. Costretto a lasciare la propria terra strappato ad una fanciullezza serena e inconsapevole.
Simbolicamente il terremoto rappresenta l’improvviso risvegliarsi di paure inconsce e primordiali che fanno tremare “dentro”; il frantumarsi di certezze ormai consolidate. È uno sconvolgimento della coscienza che scuote da ciò che siamo stati fino a quel momento, costringendoci ad entrare in contatto con l’archetipo della morte-rinascita. Nel percorso pittorico dell’artista -noto in un prima fase per il blu kleiniano- la “rottura” comincia a manifestarsi già in opere come “Oltremare a Gibellina” acquisita dal museo delle Trame mediterranee della fondazione Orestiadi di Gibellina (2009), dove sulla tela spicca un orizzonte chiuso fra cielo e mare, che per l’artista tende a rabbuiarsi e si restringe sempre più in “Quale luce all’orizzonte“.
A partire da quella produzione, la ricerca di Bongiorno si focalizza principalmente sui temi sociali (“Senza protezione”, “Sulle morti bianche”, “Riserva d’aria per un futuro migliore”, “Zona non militare limite valicabile”) e per la prima volta nei suoi dipinti compare il carbone. Lo stesso che compone la sagoma dell’Italia in “Handle with care” opera vincitrice del Premio Insideart ” Arte e Crisi” e che l’artista ha riproposto a parete, in grande formato, al MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia. Il carbone, elemento primigenio della terra, per l’artista esprime il malessere, la spaccatura, l’amarezza, l’inquinamento. È un campanello d’allarme sul futuro del nostro paese minacciato dalla crisi economica, politica, sociale e culturale e dal degrado ambientale. Temi, questi, presenti anche in “Terra Mater” performance alla Pelanda (2012) e nell’installazione “It’s Not a game!”, sempre al Macro, nello stesso anno. E ancora, i quadri-carbone al Museo Montemartini (2014), quasi in contrapposizione/congiunzione alchemica con il bianco antico delle statue e il nero dei motori/turbine, che fanno riferimento al duro lavoro degli operai della Ex Centrale termoelettrica.
Ecco allora che “L’Italia brucia”, un’installazione site specific interamente di carbone, sul pavimento della galleria, introduce la connessione con le opere realizzate appositamente per la mostra. Sulle pareti spiccano le tele: alcuni organi umani (cuore, polmoni…) carbonizzati ed esposti con il distacco tagliente del bisturi di un anatomopatologo. Che esegue l’autopsia dell’Italia, Terra dei fuochi reale e metaforica. Colpevole dell’incendio divorante che rischia di bruciare anche le nostre emozioni, e insieme, le speranze.

Luciano Marziano

Inizia la sua ricerca creando una scrittura monocroma sintetica, fatta di frammenti linguistici tratti dal quotidiano, dove si evidenzia l’impegno politico sul reale, di contro a possibili interpretazioni concettuali. Bongiorno sceglie di stare all’interno del linguaggio nella sua singolare dialettica tra pubblico e privato. L’artista presenta il puro così com’é, non elabora l’oggetto, ma lo rende avvenimento. E’ la vita che si fa opera d’arte con tutte le sue possibili evoluzioni. La materia visionaria, i comportamenti, gli odori, il colore profondo non prevedibile ma sorprendente, sono l’essenza del lavoro di Bongiorno. Segni, forme, sfumature quotidiane, sono fisicamente presentati nello spazio espositivo, elementi ricorrenti che sono sia l’eco di un uso autobiografico, sia il simbolo di una condizione, di una visione mobile fra pensieri differenti, immersa in un quotidiano carico di ricordi d’altri tempi.

[tab title=”Martina Sconci”]

Allievo dell’aeropittore Mino della Site, molto amato da Marinetti, Vito Bongiorno, nato ad Alcamo nel 1963, ha studiato incisione e scultura a Roma per poi proseguire gli studi a Monaco di Baviera, esponendo in alcune importanti gallerie. In seguito, durante un soggiorno a New York, è venuto a contatto con le realtà artistiche più interessanti e ha ampliato la sua ricerca ispirandosi a quella filosofia estetica che egli stesso chiama “sintetismo della vita” e che si esprime nella sintesi fra esperienza oggettiva e manifestazione della propria interiorità.
Il suo lavoro si incentra soprattutto sul tema dell’impronta, che gli permette di mettere in mostra il reale nei diversi aspetti della sua totalità espressiva. Evocando le Anthropométries di Yves Klein, in una recente performance, Bongiorno ha steso lungo la strada del centro di Fregene cinquanta metri di tela e, dopo averla cosparsa di polvere blu, ha lasciato che delle modelle dipinte dello stesso colore vi imprimessero il loro corpo, diventando come dei pennelli viventi, sigilli da imprimere sulla tela sotto la sua attenta direzione. In queste opere si distinguono gli elementi essenziali del corpo femminile: forme antropometriche perfette, come fossero statue antiche della modernità. Si crea in questo modo una distinzione tra il “corpo pennello” della donna e il corpo dell’artista che lascia compiere l’opera sotto lo sguardo suo e degli spettatori. In questo ritratto dell’esistenza Bongiorno sottolinea la predisposizione dell’uomo a lasciare impronte, segni tangibili di un processo temporale che ha avuto luogo sul corpo e sul territorio preso in considerazione. Il suo intento è dunque quello di ridurre l’importanza data al manufatto artistico in quanto tale, per privilegiare l’aspetto mentale e spirituale di ogni creazione.
Nelle opere esposte ad Hybrida Contemporanea, dilatando i confini tra il mondo dell’arte e la quotidianeità, Bongiorno prende possesso degli elementi della scena urbana, attribuendo alla strada il valore poetico di immagine. Rappresenta i luoghi di transito e di mobilità, fatti di slittamenti sensibili e tracce improvvise, luoghi dell’esistente e del vissuto che affiorano fino alla soglia della coscienza. L’impronta di alcuni sampietrini si isola, si raccoglie in se stessa, si fa “figura” diventando come un’icona rinascimentale che emerge a fatica da sfondi di pittura monocroma. I sampiertini rappresentano un connubio di realtà passate, vissute, sovrapposte le une alle altre e intrappolate in armonia in una pittura fatta di segni e di colori. La strada è lo spazio collettivo dove si imprimono le infinite tracce che formano il tessuto dell’esistenza umana, il flusso della vita. Come diceva Argan, riferendosi all’informale, “non è la pittura a fingere la realtà ma la realtà a fingere la pittura”. Bongiorno realizza quindi quella prossimità assoluta fra vita e arte spostando l’attenzione dello spettatore sul banale lì dove la percezione si arresta per far cadere la rigida barriera tra realtà e immaginazione.

Annalisa Martella

Arte che celebra il respiro. Quasi una preghiera fatta di tratti e colore. E una sfida: descrivere l’impalpabile, il soffio, il ritmo della respirazione. Profonde boccate d’ossigeno di colore blu, fresco, inteso, assumono sembianza umana di sensuali corpi di donna che imprimono la tela. Si innesca, per l’artista, un ritmo lento di pura meditazione, con l’obbligo per colui che osserva l’opera di fermarsi e riflettere. Ritratti di esistenze appese a un filo, morti bianche e, al contempo, sbalordimento. Il blu sfugge, esce dall’ombra e si trasforma in speranza e libertà.

Daniele Radini Tedeschi

Il caso Bongiorno

Un cronista ed uno storico dell’arte in fin dei conti fanno lo stesso lavoro, o per lo meno, dovrebbero. Il loro compito infatti sarebbe quello di registrare i fenomeni senza deviarli con il loro giudizio e il loro gusto. A differenza del critico militante o del curatore -figure ambigue che hanno, ieri ed oggi, determinato il successo di taluni artisti e la sfortuna di altri- essi hanno un compito di responsabilità.

Se questa divisione fosse esistita al di là dei campanilismi e delle raccomandazioni, e se fossero state analizzate le cause, le ragioni interne ai fatti d’arte, ebbene questi si sarebbero rivelati semplicemente come epifenomeni.

Il caso di Vito Bongiorno è estremamente appropriato per comprendere tale situazione, essendo egli uno dei pochi artisti poliedrici ma solidi del panorama “culturale”, e ribadisco il termine culturale e non solo artistico, dei nostri tempi. A prima vista, nella sua attività performativa si possono evincere legami e contaminazioni col grande Yves Klein, l’inventore dell’IKB, un blu oltremare ottenuto con una formula brevettata dall’artista.

Ma Klein possedeva una vena ironica che invece appare totalmente assente nella produzione di Bongiorno, aveva una caratteristica provocatoria che ben lo fece rientrare nel Nouveau Realisme caro al Restany, assieme ad artisti quali Spoerri e Christo.

Pertanto, se da un lato è riscontrabile una vicinanza tra Bongiorno e Klein, ve ne è una altrettanto coerente con altri “bodysti”, magari di minor notorietà ma di specifica attitudine.

Innanzi tutto bisogna fare un passo indietro e trovare le origini della Body Art non nella biforcazione Pollock- Duchamp (quella che voleva trovare nel dripping e nel ready-made l’incipit dell’arte corporea) ma piuttosto nei primissimi esperimenti che Picasso fece dipingendo col colore i corpi delle modelle.

Tale genia venne però per lo più evitata dagli specialisti, tanto che Lea Vergine ricercò i cosiddetti “precedenti” altrove, non sempre trovandoli.

Ora il lettore attento potrà notare subito il diretto contatto tra Picasso e Bongiorno, entrambi autori di “Body Paintigs” prima che di “Body Art”.

Inoltre l’assioma Bongiorno-Klein potrebbe essere superato con esempi pregnanti in cui molti performer della corrente corporea espressero la volontà di trascrivere su carta o tela le loro azioni: Rachel Lachowicz realizzò ad esempio delle antropometrie con degli uomini nudi al posto delle modelle; Keith Boadwee scelse un colore blu e, una volta denudatosi, lo spruzzò a fiotti dal suo ano in direzione della tela poggiata in terra.

Ora il cronista e lo storico dell’arte dovrebbero scendere in campo e guardare queste azioni correttamente registrate con quello che si chiama “sguardo critico”.

È solo adesso che questo gusto dovrebbe entrare in scena, solo dopo aver compreso lo stato dei fatti. Pertanto le antropometrie di Klein appaiono una mimesi di secondo grado (come tante altre dello stesso autore); lo stesso varrebbe per le produzioni di Lachowicz e di Boadwee, facendole rimanere tutte tre nel regno della citazione.

Ma quale citazione? Quale sarebbe la prima antropometria della Storia? Ebbene Klein in un certo senso imitò la Sindone e la Veronica, quelle “vere icone” che imprimevano sul tessuto le fattezze di Gesù Cristo.

Pertanto, compreso quanto l’antropometria sia una reiterazione dell’atto primo della rappresentazione, in Bongiorno si potrebbero trovare le radici profonde del suo serio agire in questa medesima direzione.

Inoltre Bongiorno, a differenza dei suddetti artisti, aggiunge alla sua narrazione una teatralità mistica, una messinscena rituale.

La donna tinta d’azzurro deambula per la scena a mo’ di un moderno Atlante, reggendo il globo nero e marcio come un pomo putrefatto con al viso una maschera d’ossigeno.

Quella di Vito Bongiorno è una visione profetica e apocalittica dell’icona e non del racconto, un vaticinio rigoroso e puntuale espresso in un’era senza meta-narrazioni ma pronta ad una nuova iconografia.